TRA STORIA E MITO
MITOLOGIA GRECA
IL CATTIVO ERISITTONE
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Mitologia Greca



Erisittone era figlio di un re, ma, cresciuto pieno di vizi, non amava che la baldoria e il lusso; il suo cuore era duro come l’acciaio; non aveva pietà per nessuno, non rispettava nessuno.

Un giorno chiamò molti servi, giovani e forti, e con loro si recò in un bosco consacrato alla dea Demetra: aveva deciso di abbattere gli alberi sacri per costruirsi, con il legname ricavato, un grande salone dove gozzovigliare con amici della sua risma.

I servi avevano cominciato a colpire con le scure le belle piante, quando Demetra, sotto le mentite spoglie di una vecchietta, si presentò al cattivo Erisittone, e con voce carezzevole disse:
“O figlio, osi abbattere gli alberi sacri agli dei?
Ferma la tua mano, e conduci via i tuoi servi, perche la dea, a cui tu distruggi le sacre piante, non ti colpisca con la sua collera”.

Il giovane guardò biecamente la vecchia, e gridò:
“Vattene, vecchia, vattene prima che io ti colpisca con la mia scure! Me la rido di Demetra: questi alberi mi forniranno il legname per la travatura della sala, dove io e i miei amici ci riuniremo a banchettare”.

Demetra, allora, riprese le proprie sembianze, e, al colmo dell’ira, esclamò: “ costruisci pure la casa! Imbandisci i banchetti! Non avranno più fine, ora, i tuoi banchetti!”.

La dea aveva appena pronunziato queste parole che una fame selvaggia si impossessò del giovinastro. Erisittone si precipitò a casa, e si gettò sui cibi, ma più mangiava e più aveva fame. La fame, da quel giorno, cominciò a consumarlo lentamente, terribilmente.

Cento servi gli apprestavano le vivande, altri dodici mescevano il vino. I genitori, vergognandosi del figlio, non gli permettano di partecipare ai conviti, e con ogni scusa allontanavano chi andava ad invitarlo. Erisittone, ormai, non abbandonava più la stanza, e mangiando continuamente, esauriva le provviste del regno paterno!

La fame maledetta aumentava, e i cibi scomparivano nella sua avida bocca come in un abisso, ma egli non avvertiva mai nessun sollievo. Come la neve o la cera esposta al sole, anzi più delle neve e della cera, si struggeva il disgraziato Erisittone: ormai rimanevano di lui soltanto le ossa e i nervi.

Piangevano gli infelici genitori, piangevano le sorelle, piangeva la servitù.

Il padre, con le mani tra i bianchi capelli, pregava gli dei:
“Pietà, o numi, pietà per questo povero figlio mio! Liberatelo dal suo terribile male, o almeno provvedete voi a saziare la sua fame! Nulla più mi resta : son vuote le stalle del mio regno, e vuoti sono tutti gli ovili!”.

Ma la fame di Erisittone non diminuiva: perfino il gatto di casa, terrore dei topolini, fu divorato dal disgraziato giovane! E quando nella reggia non affluirono più cibi, Erisittone fu costretto a mendicare per la strada un tozzo di pane, e a cercare fra la spazzatura da mangiare.

E poiché la terribile fame aumentava, aumentava, il cattivo Erisittone finì col divorare rabbiosamente le sue stesse carni.

GINA D’ERRICO

 

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