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Ratko Mladic
Ratko Mladic

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La Bosnia-Erzegovina era una regione strategica per il controllo del sud del paese ed era la sede di importanti fabbriche d'armi.

La perdita della regione non poteva quindi essere accettata dai vertici militari e dai dirigenti di Belgrado fedeli a Milosevic, per i quali la Bosnia era un elemento chiave nell'ambito del progetto della grande Serbia.
I preparativi per conquistare la Bosnia erano già ad uno stadio avanzato, quando un referendum sulla questione dell'indipendenza veniva indetto per il 29 febbraio e per il 1° marzo 1992.
Il 63% dei votanti votò si.
I croati e i musulmani della Bosnia si espressero a favore dell'indipendenza, ma la maggior parte dei serbi della repubblica (il 31% della popolazione) boicottò il referendum.

Il 6 aprile la Comunità europea riconosceva la Bosnia.
Lo stesso giorno, mentre i cecchini serbi prendevano di mira i dimostranti per la pace a Sarajevo, la capitale, la presidenza bosniaca dichiarava lo stato d'emergenza. Il giorno seguente, dopo il riconoscimento della Bosnia anche da parte degli Stati Uniti, i serbi della Bosnia settentrionale proclamarono una repubblica serba "federata alla Jugoslavia", mentre aerei militari jugoslavi bombardavano numerose città della regione e gruppi paramilitari serbi iniziavano un attacco su vasta scala contro numerose città della Bosnia orientale.

Il 14 aprile il presidente Izetbegovic denunciava che la Bosnia era oggetto di un'aggressione proveniente dall'esterno, coordinata da Belgrado e dai dirigenti serbi in Bosnia. IL 27 aprile egli invitava l'esercito a ritirarsi dalla Bosnia o a conformarsi alla richiesta formulata dal governo bosniaco, in base alla quale le forze militari di stanza in quella regione sarebbero state integrate nella milizia territoriale bosniaca.

Il generale Zivota Panic, capo di stato maggiore di Belgrado, replicava che l'esercito sarebbe rimasto in Bosnia almeno per cinque anni. Tuttavia, il 19 maggio, il comando supremo ordinava da Belgrado il ritiro dalla Bosnia del personale militare di nazionalità serba o montenegrina.
Si trattava in realtà di un'astuta mossa politica, esclusivamente di facciata: circa 14.000 soldati venivano ritirati dalla Bosnia ma circa 80.000, con armi ed equipaggiamenti pesanti, vi restavano, dopo essere stati formalmente trasferiti nelle forze militari della nuova repubblica serba.

Furono posti sotto il comando del generale Ratko Mladic, già comandante delle forze serbe nella cosiddetta Krajina durante la guerra in Croazia nel 1991. Rapidamente, le truppe del generale Mladic circondarono e cinsero d'assedio Sarajevo.
L'offensiva serba portò alla conquista di circa il 70% del territorio della Bosnia.

Fu invece un insuccesso in Erzegovna occidentale, dove la milizia locale croata sotto il comando del cosiddetto Consiglio di difesa croato (Hrvatsko vijece obrane), appoggiato da truppe musulmane fedeli al governo di Sarajevo e rifornite dalla Croazia, riuscì a respingere l'attacco congiunto dell'esercito e delle forze paramilitari serbe.
Le milizie di Mladic furono costrette a ritirarsi da alcuni complessi militari e dalle fabbriche di armi localizzati nella Bosnia settentrionale e dell'Erzegovina occidentale, che caddero in mano ai musulmani e ai croati.

All'inizio del 1993 la guerra in Bosnia aveva provocato una quantità immensa di distruzioni materiali e di sofferenze umane, come non si era più visto dai tempi della seconda guerra mondiale, superando anche le devastazioni della guerra in Croazia del 1991.
La guerra in Bosnia aveva inoltre visto un'applicazione ancora più massiccia della politica di "pulizia etnica" l'espulsione con la forza dei non serbi dai territori destinati a far parte della futura Grande Serbia che era già stata attuata in Croazia sia durante la guerra del 1991 che successivamente nei territori controllati dai serbi e posti sotto il controllo delle Nazioni Unite nei primi mesi del 1992, in attesa della conclusione di un accordo politico.

Tadeusz Mazowiecki, già primo ministro polacco, designato nell'estate del 1992 dalle Nazioni Unite come rappresentante speciale per i diritti umani nella ex Jugoslavia,mise sotto accusa soprattutto le milizie serbe per le atrocità commesse in Bosnia e in particolare per il sistematico stupro di donne (soprattutto musulmane) e l'assassinio o la segregazione di un gran numero di civili in campi di concentramento in condizioni disumane.

Secondo il rapporto di Mazowiecki, tutte la parti in guerra si erano rese responsabili di atrocità ma ciò che contrassegnava quella serba erano l'ampiezza e la sistematicità di queste crudeltà. Eminenti figure internazionali hanno poi lanciato appelli per sottoporre i responsabili di crimini di guerra ad una nuova Norimberga.

Tra i principali imputati di tali delitti sono il generale Mladic, Radovan Karadzic, leader dei serbi della Bosnia e il presidente Slobodan Milosevic.

Ratko Mladic
Condannato all’ergastolo per i crimini commessi nella guerra di Bosnia




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