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La Serbia, invece, non fu disposta ad accettare una secessione croata senza discutere i confini precedenti.
Con Cviic ripercorriamo velocemente la storia della nazione dalla fine della seconda guerra mondiale..

La Croazia si è sempre sentita minacciata dalla "serbizzazione" culturale e politica, anche perchè, a differenza degli sloveni, isolati sia dal punto di vista geografico che linguistico dal resto della Jugoslavia, la Croazia confinava direttamente con la Serbia e la sua popolazione era per un 11,6% serbo-croata.

Nonostante la partecipazione massiccia alla lotta di liberazione, i croati si sono sentiti alienati nell'ambito della loro stessa repubblica dalla federazione jugoslava, e sospettati di un attaccamento non autentico alla Jugoslavia.

Una spiegazione di ciò era che i serbo-croati, nei quali era ancora vivo il ricordo dei tentativi di sterminio perpetrati dal regime di Ante Pavelic durante la guerra, erano in posizione dominante nel partito, nella polizia, nella influente associazione degli ex partigiani e nei posti chiave del management e della burocrazia croata.

Tutte le manifestazioni di nazionalismo dei croati venivano considerate dalle autorità come minacce alla "fratellanza ed unità" e tacciate di estremismo nazionalista. Ciò è quanto si verificò anche nel 1967 quando un gruppo di studiosi croati sottoscrisse una "Dichiarazione sulla lingua" in cui si auspicava il riconoscimento costituzionale del croato e la piena eguaglianza delle quattro lingue - croato, macedone, serbo e sloveno - con la pubblicazione delle leggi federali in tutte e quattro queste lingue (solo tre delle quali erano, all'epoca, riconosciute ufficialmente: serbo-croato, sloveno, macedone); richiedeva anche l'introduzione del croato nelle scuole e nei mass-media di tutta la repubblica al posto del serbo croato rifiutato come dimostrazione di "centralismo jugoslavo".

La dichiarazione provocò un'aspra contestazione e molti dei firmatari del documento furono espulsi dal partito.

Abbiamo già parlato del movimento autonomista del '71 e della purga del regime titoista. Essa ebbe l'effetto di soffocare la vita politica e culturale in Croazia e di rafforzare i sentimenti indipendentisti della repubblica.
Tali aspirazioni trovarono piena espressione nella prima elezione multipartitica del primo maggio 1990, con l'affermazione dell'Unione democratica croata (HDZ), un partito di centro destra guidato da Frannjo Tudjman, uno storico, già generale all'epoca di Tito.

Nell'ottobre del '90 Croazia e Slovenia proposero di trasformare la Jugoslavia in una federazione, ma la proposta fu respinta in modo sbrigativo dalla Serbia. Il 25 giugno 1991, dopo un referendum popolare, la Croazia proclamò la propria indipendenza e dichiarò di essere pronta alla secessione qualora non si fosse giunti ad un accordo su una libera confederazione.

Alla dichiarazione di indipendenza seguì la ribellione armata contro il governo non comunista croato da parte di militanti serbi dell'area di Knin nell'alta costa adriatica. Dopo aver indetto il proprio referendum sulla questione dell'autonomia, i serbi degli 11 distretti a maggioranza serba proclamarono la loro autonomia, creando una regione denominata Kraijna (dal nome Vojna Kraijna, regione militare, attribuito dagli Asburgo ai distretti militari che esistevano lungo i confini con l'Impero turco).

Gli irregolari di Knin - chiaramente ben equipaggiati e coordinati - sabotarono numerosi collegamenti ferroviari e stradali tra Zagabria, la capitale della Croazia, e la costa adriatica, gettando nel caos i flussi turistici. Con l'aperto appoggio di Milosevic da Belgrado (e con quello discreto delle unità militari jugoslave dislocate nell'area) i serbi della Kraijna proclamarono nel 1991 la loro annessione alla Serbia, le cui autorità ne presero atto senza giungere ad un riconoscimento formale.

Nella prima metà del 1991 i serbi lanciarono apertamente la loro sfida. Milizie irregolari crearono zone franche serbe anche in altre aree, come la Slovenia e la Croazia settentrionale. Tutte le volte in cui la polizia croata veniva inviata in queste zone, l'esercito jugoslavo veniva mobilitato rapidamente per presidiarle, giustificando la sua presenza con la necessità di "arrestare" i conflitti etnici.

Sebbene l'esercito fosse costituito da coscritti provenienti da tutte le regioni del paese e da tutte le minoranze nazionali jugoslave, si stima che il 70% dei suoi ufficiali fosse di nazionalità serba ( i serbi rappresentavano il 36% della popolazione della ex Jugoslavia).

La"sporca guerra" croata si trasformò, nel luglio 1991, in un conflitto su vasta scala, subito dopo la conclusione della crisi in Slovenia. Essa provocò migliaia di caduti, più di un milione e mezzo di rifugiati e una quantità impressionante di danni materiali, con la distruzione parziale o completa di interi villaggi e città.

Una delle città croate ad essere completamente distrutte fu Vukovar, sul Danubio, conquistata dalle milizie serbe nel novembre 1991 dopo un assedio durato parecchi mesi. La guerra si concluse nel gennaio 1992, con il passaggio di circa un terzo della Croazia sotto il controllo della Serbia.


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