Gigantomachia
TRA STORIA E MITO
MITOLOGIA GRECA
LA GIGANTOMACHIA
E LA VITTORIA DELLA GIUSTIZIA DIVINA
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Gicantomachia
Fregio della Gigantomachia, Altare di Pergamo



Cratere a calice con scene di Gigantomachia, Pittore dei Niobidi
Cratere a calice con scene di Gigantomachia
Pittore dei Niobidi



Mitologia greca
Sarcofago con gigantomachia alla presenza di Artemide ed Ecate






Il poeta greco Esiodo, nella Teogonia, ha parlato del lungo processo che ha portato il mondo da un luogo di caos ad un universo armonico. Tale passaggio ha comportato un gran numero di battaglie tra dèi e Titani, e altre creature che minacciavano di annullare i progressi verso l’ordine (κóσμος), ultimo tra queste il mostruoso figlio di Gea e Tartaro, Tifone.

Secondo Esiodo, lo scontro tra Zeus e Tifone è l’ultimo episodio in cui il potere del re dell’Olimpo è minato da una forza del caos. Tuttavia in alcune fonti più tarde, la lotta con Tifone ha un’appendice: la Gigantomachia, il combattimento tra dèi e Giganti.
Ma in che modo i due conflitti sono in relazione tra loro?

La nascita dei Giganti, i portatori di odio
Facciamo un passo indietro e ricordiamo l’origine dei Giganti. I Giganti sono nati nel momento in cui il titano Crono ha mutilato i genitali del padre Urano che, appoggiato completamente su Gea (la Terra), si univa a lei in un continuo rapporto sessuale, impedendo ai figli generati dall’unione di vedere la luce.

Quando Urano, straziato dal dolore dell’azione di Crono, si stacca da Gea, il suo sangue cade nel mare plasmando tre isole popolate da creature che incarnano l’odio. Tra queste figurano di giganti.

Questo significa che i Giganti sono creature arcaiche, simili ai Titani e a Tigone, molto più vicine al caos delle divinità olimpiche, e rappresentano un costante pericolo all’ordine voluto da Zeus. Inoltre, occorre sottolineare che la natura dei giganti è ambigua, e si collocano su una via di mezzo tra l’umano e il divino: si mostrano come giovani guerrieri votati alla guerra, e simboleggiano l’ordine militare dell’universo. In molti racconti si narra che siano spuntati dalla terra già adulti e armati fino ai denti, da principio pronti a scagliarsi l’uno contro l’altro per poi allearsi contro gli dèi.

La forza distruttiva dei Giganti è paragonabile a quella degli Ecatonchiri, ma c’è una differenza sostanziale tra i primi e i mostruosi “centobraccia”, ovvero la capacità di mettere la propria furia bellica al servizio del'ordine divino. Mentre gli Ecatonchiri, infatti, si alleano a Zeus riconoscendone l’autorità„ i Giganti si chiedono perché non siano loro i dominatori del mondo, dal momento che possono contare su una forza prodigiosa, fiere incarnazioni della violenza allo stato puro.

La guerra tra dèi e Giganti
Come abbiamo detto, l’ambizione cieca e l’arroganza smisurata dei Giganti – la cosiddetta ϋβρις – è narrata da autori più tardi, primo tra tutti Pindaro nella prima Nemea. Più tardi Apollodoro si concentrerà sull’entità universale dello scontro, mostrando come gli dèi dell’Olimpo avessero preso parte alla lotta contro i Giganti: non solo Zeus, ma anche Atena, Era, Poseidone, Ermes, Artemide e Apollo non si fanno indietro davanti allo scontro, terribilmente cruento. Ma tutte le forze divine messe assieme non sono sufficienti e Gea, la terra madre, conferma a Zeus che gli Olimpi non sarebbero mai riusciti a sconfiggere gli avversari. E in effetti è proprio così: per quanto gli dèi colpiscano i Giganti, non riescono mai a sottometterli.

L’invincibilità dei Giganti rappresenta il vigore dell’indole guerriera, più “primitiva”, rispetto all’intelligenza degli dèi, ma pur sempre temibile. Proprio per questo agli immortali serve un’arma in più, una creatura che non sia divina, e che incarna nella maniera più perfetta il paradigma dell’eroe: Eracle.

Eracle, nato dall’unione di Zeus e di una donna mortale, è colui che più di tutti può avere caratteristiche simili ai Giganti. Essi – come dice Vernant – non sono mai stati bambini nè conosceranno la vecchiaia, collocandosi da una parte in un punto indefinibile tra mortalità e immortalità, e dall’altra sullo stesso piano di un giovane nè mortale nè immortale, in bilico tra giovinezza ed età adulta.

Gli inganni di Gea e il trionfo della metis
E così il prodigioso figlio di Zeus si scaglia con violenza sui Giganti, eppure la vicenda si conclude – come è già avvenuto – con la vittoria dell’astuzia, la μйτις, sulla forza bruta.

Gea svolge un ruolo chiave nel compiersi della vittoria di Zeus, pur mantenendo sempre il solito comportamento ambiguo che la porta a voler aiutare suo nipote Zeus, ma allo stesso tempo a voler salvare anche i Giganti, anch’essi suoi figli. Lo scopo di Gea è quello di contribuire al raggiungimento dell’ordine dell’universo; un equilibrio, però, che non può esistere senza una piccola componente di caos per impedire che il mondo si fossilizzi in qualcosa di statico, senza vita. Per questa ragione, Gea tenta di soccorrere i Giganti, partendo alla ricerca di un’erba capace di dare l’immortalità, con la speranza che gli dèi, di fronte al nuovo statuto dei Giganti, rinuncino a lottare contro di loro.

Il progetto di Gea, tuttavia, viene appreso ben presto da Zeus, che fa ricorso alla tanto decantata μῆτις per precedere Gea e raccogliere tutte le piantine – che crescono solo di notte – prima del sorgere del sole. A questo punto per i Giganti, che non possono servirsi del rimedio (φáρμακον, phàrmakon) di Gea, non resta che soccombere sotto i fulmini infuocati di Zeus.

Un diverso racconto della Gigantomachia è presente anche in Ovidio, la cui opera le Metamorfosi rappresenta una delle prime fonti relative al leggendario scontro. Secondo il poeta latino, l’episodio di svolge in un’era in cui l’uomo popolava già la terra, durante la più cupa fase del mondo: l’età del ferro.

Eppure nemmeno l’Olimpo, l’Etere abitato dagli dèi, vivono in pace, una pace che sembra ormai un ricordo offuscato dalla attuale minaccia dell’arrivo dei Giganti:

Adfectasse ferunt regnum caeleste Gigantas
altaque congestos struxisse ad sidera montes
Met. I, 151-152
Trad. “Si narra che i Giganti, aspirando al regno celeste, ammassassero i monti gli uni sugli altri fino alle stelle”

I Giganti, presi dalla sfrontatezza, impilano le montagne l’una sopra all’altra per creare una enorme scala per ascendere all’Olimpo. Ovidio non dà molti dettagli, se non che Zeus colpisce le montagne, facendole collassare sui Giganti che ormai, immobili e feriti, sono sul punto di morire.

Gea questa volta interviene per impedire la scomparsa della razza dei Giganti: raccoglie il loro sangue e lo mescola con la terra, creando una nuova specie (v. 160) di esseri con fattezze umane, ma che mantiene in vita tutta la violenza e l’amore per la carneficina dei Giganti.

Ma ricordiamo che ci troviamo nel mondo delle metamorfosi, un mondo in cui la vita e la morte confondono nel momento della trasformazione da una forma all’altra.

Il compimento dell’ordine cosmico
Con la Gigantomachia si conclude anche la cosmogonia, ovvero la storia di come è stato costruito il cosmo. Le forze del caos sono state sconfitte e relegate al sottosuolo, e lasciano spazio all’universo ordinato che Zeus tanto ambiva di plasmare, facendosi depositario di una forza e intelligenza senza pari, così come di un senso di giustizia che lo identifica come signore indiscusso di un cosmo bello, armonico.

I miti legati al principio del mondo sono molto più di una semplice narrazione “da intrattenimento” e possono vantare di un peso fondamentale per comprendere non solo la maggior parte dei racconti mitici, ma anche i concetti della filosofia greca, costituendo una sorta di fil rouge che accomuna tutta la mentalità greca.

Un assunto che emerge dai miti delle origini riguarda l’importanza di una vita in armonia con le leggi di un universo ordinato, suddiviso egualmente secondo giustizia (δіκη, dike), dopo essere stato epurato dalle manifestazioni del Caos. Nulla è superiore a questo, e anche gli dèi devono sottomettersi alla legge divina: Esiodo ricorda che chi vi si fosse opposto, sarebbe stato punito dallo stesso Zeus, e condannato a vivere un anno “privo di fiato”, col divieto di gustare nettare e ambrosia, lontano da tutti gli altri dèi.

Perfino il grande Apollo è incorso nell’ira di Zeus cercando di minare l’ordine cosmico: in tutta risposta, Zeus lo costringe a vivere come schiavo del re di Troia, Licaone. Apollo, quindi, subisce le conseguenze della sua superbia, l’ϋβρις, facendosi paradigma della priorità dell’ordine su ogni creatura, umana o divina che sia. Il dio colpevole viene punito e, dopo un certo periodo, reintegrato.

Questo aspetto, in realtà, veicola un concetto ben più ampio. Indica la consapevolezza che la minaccia del caos non solo è continua e sempre attuale, ma anche che può provenire da ogni parte, perfino dalla più insospettabile figura divina.

Quindi, se il fine a cui tendere è il mantenimento dell’ordine, il male da evitare è identificato proprio nella ϋβρις, che spinge ad irrimediabili atti dell’arroganza di chi non riesce ad accettare i propri limiti.Il suo opposto è, per contrasto, la δіκη (giustizia), che si definisce come la norma garante dell’equilibrio cosmico.

Non è un caso che sul tempio di Apollo a Delfi sia riportato il motto “conosci te stesso” (γνώθι σεαυτóν), il cui significato spesso viene frainteso come un’invito all’introspezione. In realtà l’obiettivo della formula era ben diverso e indicava che l’uomo deve essere consapevole della sua natura umana e dei propri limiti. L’armonia risiede nel comprendere quale sia il proprio posto nell’universo, e di abbracciare serenamente il proprio destino di essere mortale.
A riprova di questo, il secondo motto sul tempio di Delfi è “nulla di troppo” (μηδξν άγαν), che si deve leggere come un ammonimento per l’uomo che vuole valicare con superbia la propria finitezza, ponendosi in conflitto con gli dèi o – peggio ancora – mettendosi sul loro stesso piano.


Chiara Rizzatti dal blog "Sulle spalle dei Giganti"


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