TRA STORIA E MITO

ARCHEOLOGIA ANTICO EGITTO MADRE TERRA MAGIA - OCCULTISMO

Prigioniero in RussiaIO PRIGIONIERO IN RUSSIA

Il racconto di un alpino della Julia reduce della seconda guerra mondiale sul fronte russo, di quella che fu definita «la campagna militare più sanguinosa della storia mondiale».

Nel corso di un'imponente e travolgente offensiva da parte dei Sovietici, diviene loro prigioniero.

Dal Campo di Concentramento di Tambov con atroci vicende tra cui il tifo petecchiale e il cannibalismo, all'Ospedale di Bravoja, fino ai Campi di lavoro del cotone di Taskent in Kazakistan, è riassunta la sofferenza di questo giovane alpino e di migliaia di altri prigionieri.

Infine, dopo quasi quattro anni, il difficile ritorno a casa

Estratto del libro

Mentre i vertici militari russi affrontavano la decisione delle nostre sorti e delle rispettive mete cui eravamo destinati, migliaia di prigionieri bivaccano sull’enorme distesa innevata. A seguire, nel primo pomeriggio, arrivò un capitano italiano che sulla base delle disposizioni impartite dai sovietici, così ci riferì:

«Ragazzi, in questo momento siamo migliaia di prigionieri. Non ci sono solo prigionieri italiani, ma sono presenti anche altri prigionieri nostri alleati. Ci sono prigionieri tedeschi, prigionieri rumeni e prigionieri ungheresi. Tutti però vincolati al volere dei russi. Per mio conto, vi dico che mai prima d’ora un ordine militare è quanto mai del tutto fuori luogo in questo momento.

Pertantanto, vi esorto a camminare. Camminate tutti, nessun escluso; dico tutti, comprendendo anche doloranti e feriti. Non perdete contatto con la colonna perché questi non aspettano altro, e poi non sprecate alcuna energia in imprecazioni e commenti. Vi informo che ora vi distribuiranno una pagnotta di pane nero, la quale vi dovrà bastare per tutti i giorni della dura marcia che dovremo affrontare. Questa sarà la vostra razione di cibo per tutta la marcia e nessuno degli ufficiali sovietici ci ha detto quando e come ci daranno altro cibo.»

Si congedò dunque con un saluto da militare. Non lo disse ma, a buon intenditore, il messaggio era riassunto in: chi si ferma è perduto. Quindi, in quel pomeriggio del 25 dicembre del 1942, c’incamminammo in un’estenuante marcia di sei giorni che durò esattamente fino al 31 dicembre.

Nonostante quei residui delle divise grigio-verde che portavamo indosso, la visione da lontano era quella di un serpentone nero che marciava su un enorme lenzuolo bianco luccicante. Quel che si intuiva al semplice sguardo era un orizzonte dietro a noi contraddistinto da una linea continua non visibile nella sua fine. Sembrava proprio un binario che si inoltrava nella steppa, dove poi si lasciava all’immaginazione umana l’inoltrarsi della sua possibile direzione.

Però, al terzo giorno, la colorazione nera della nostra colonna cominciò a manifestare qualche linea sbiadita nelle retrovie. Non più una continuità di colore, ma piccoli punti neri con intervalli di chiazze bianche. Purtroppo, anche in codesti casi, la natura imponeva l’inesorabile rispetto delle sue regole. I feriti, gli stremati e tutti coloro che erano oramai al collasso delle proprie forze perdevano il passo della colonna e, inevitabilmente, retrocedevano nelle posizioni di coda.

Sordi e incuranti dei lamenti, i soldati russi imponevano una impietosa marcia. Ci sospingevano senza tregua, urlando: «Davai, davai, davai. (avanti, cammina.) Per sette lunghi e interminabili giorni, non fu più distribuito alcun
cibo. Al ritmo di sedici ore di marcia al giorno con gli scarponi che affondavano inesorabilmente sulla neve, percorremmo tanti e poi tanti chilometri con una temperatura di 40° sottozero. Indubbiamente, questa fu una delle prove più dure che affrontai, ma ancora oggi non so quanto sia stato io, in realtà, il vero artefice del mio destino. »

Il libro è acquistabile al seguente link
https://inedicola.gedi.it/prodotto/biblioteca-degli-alpini/


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