MITOLOGIA GRECA
SIMPOSIO DI PLATONE
I DUE AMORI

Simposio di Platone 

Leggiamo insieme le parti salienti di alcune lodi di queste simpatiche persone che nel giorno della festa in onore alla Dea, si accordano per fare ognuno un elogio a suo figlio, Eros.

Il brano che apre questa bella sequenza, viene dalla lode di Pausania, come i seguenti tre.
Ora entriamo nel vivo del tema, per capire di cosa si parla.
“A me pare che non ci si sia proposto con chiarezza il tema del discorso, quando s’è detto, così senz’altro, di pronunciare l’elogio di Eros. Se Eros non fosse che uno solo, via, la cosa potrebbe andare. Ora ecco, esso, non è uno solo, e non essendo uno solo, è più giusto che si fissi in precedenza quale s’abbia a lodare. Io dunque mi proverò a rimettere le cose a posto, a dire in primo luogo qual è l’Eros che merita lode e poi pronunziarne l’elogio in maniera degna del nume.
Tutti infatti sappiamo che Afrodite non è senza Eros. Se Afrodite fosse una sola, non ci sarebbe che un solo Eros; ma poiché di Afroditi ce né due, due devono essere di necessità anche gli Erotes.
E come non sono due le dee?
L’una è più antica, non ha madre, è figliuola di Urano, e perciò è detta Urania, o celeste; l’altra è più giovane, è figliuola di Zeus e Dione e la chiamano “volgare”.
Ne consegue perciò che l’Eros, collaboratore di questa, si chiami a buon diritto, volgare e l’altro Uranio o celeste. E se giusto è che tutti gli dei si lodino, è pur necessario provarsi a dire le qualità toccate in sorte a ciascuno dei due. Perché d’ogni nostro atto può affermarsi questo: che esso di per sé non è né bello, né brutto. Per esempio, ciò che ora noi facciamo: bere, cantare, discorrere, nessuna di queste cose è di per sé bella, ma nel fatto divien tale, secondo il modo come si fa. Fatta bene e rettamente diventa bella; non rettamente, brutta. E così anche l’amare ed Eros non è tutto bello e degno d’esser lodato, ma solo quello che nobilmente spinge ad amare.
Eros, quindi, collaboratore dell’Afrodite volgare, è veramente volgare opera come gli vien fatto, e questo è l’Eros che amano gli uomini di animo basso. Costoro innanzi tutto, amano i corpi a preferenza delle anime, e poi ancora meno intelligenti che possano, giacché essi non mirano ad altro, che a soddisfarsi, non importa se bellamente o no.”

“Perché presso di noi, è ammesso che, ove qualcuno voglia servire un altro, stimando di poter divenire migliore in sapienza o in qualsiasi altra parte di virtù, questa servitù volontaria non è dal canto suo brutta, e non è nemmeno adulazione. Onde conviene che queste due leggi convengano insieme al medesimo segno, quella che ha per oggetto l’amore per l’amata/o, e quella che ha per oggetto l’amore della sapienza e d’ogni altra virtù, se dovrà riuscire a bene il compiacere dell’amato/a all’amante. Perché, quando si incontrino l’amante e l’amato/a, ciascuno recando la propria legge, l’uno che nel prestare qualsiasi servigio alla persona che gli ha compiaciuto, glielo presti secondo giustizia, l’altra che nel concedere qualsiasi favore a chi la rende sapiente e buona, glielo conceda secondo giustizia; e l’uno, potente di senno e d’ogni altra virtù, ne dia; l’altra bisognosa di educazione e d’ogni altra sapienza, ne acquisti; allora, queste leggi convergendo nel medesimo segno, in questo caso soltanto, accade che sia bello che l’amato compiaccia l’amante; in ogni altro, no.”
“Questo è l’amore della dea celeste, l’amor celeste è di gran pregio per uno stato e pei privati, che costringe l’amante rispetto a sé medesimo e l’amato/a a porre ogni studio per l’acquisto della virtù. Tutti gli altri sono amori dell’altra, dell’Afrodite volgare”

Due brani del medico Erissimaco:
“Così ogni Eros ha un potere esteso e grande, anzi, in una parola, universale, ma quello che presso di noi e presso gli dei trova il proprio compimento nel bene con temperanza e giustizia, questo ha il maggior potere e ci assicura ogni felicità, sicché si possa vivere in pace fra noi ed essere anche amici di quelli che son migliori di noi.”
“E qui torna daccapo lo stesso discorso, che agli uomini costumati, e affinché diventino più costumati quelli che non lo sono ancora, bisogna compiacere e custodir gelosamente il loro amore, che è l’Eros bello, l’Eros celeste, l’Eros della Musa Urania. Ma l’Eros di Polimnia è l’amore volgare; e questo, a coloro a cui si somministri, s’ha da somministrare con molta cautela, affinché se ne colga il piacere, ma non ingeneri alcuna intemperanza, come nell’arte nostra val molto sapersi giovare dei desidéri eccitati da una buona cucina in modo che, senza procurarsi una malattia, se ne goda il piacere. Così, dunque, nella musica e nella medicina e in tutte le altre cose, umane e divine, si deve, per quanto si può, aver riguardo a ciascuno di questi due Erotes, perché ci sono.”

Adesso è il turno di Aristofane:
“Io penso che gli uomini non abbian sentito né punto, né poco la potenza di Eros, perché, se la sentissero, gli dedicherebbero i maggiori templi ed altri gli offrirebbero i maggiori sacrifizi, cosa che ora non fanno per nulla, mentre è ciò che si dovrebbe fare a preferenza di tutto. Eros è infatti tra gli dei il più amico degli uomini, perché è il loro protettore e il medico di quei mali, la cui guarigione sarebbe per il genere umano la maggiore delle felicità.”

Ma è il giovane poeta Agatone che ne tesse le lodi più emozionanti:
“… è l’iddio, sapiente così, da render anco gli altri, poeti. Ché ognuno poeta diventa, quand’anche prima di ogni Musa schivo, cui Eros tocchi. Della qual virtù convienci usare a documento che Eros, a dir breve, è poeta valente in qualsivoglia genere di creazione che attenga alle Muse, dappoiché quel che non si ha o non si sa, nemmeno ad altri non si può dare o insegnare. E invero la creazion degli animali tutti chi negherà che sia sapienza di Eros, mercè la quale tutti gli animali nascono e si generano? E in quanto alla pratica delle arti, non sappiam noi forse che colui, al quale questo iddio sia divenuto maestro, famoso diviene ed illustre; e chi per converso da Eros non sia stato mai tocco, rimansi oscuro?. L’arte del saettare, del curare e del divinare, ritrovò Apollo, scorto dal desiderio e dall’Amore, sicché anch’egli dir si può, scolaro d’Eros. E alle Muse fu maestro dell’arte musicale, ad Efesto di quella dei metalli, ad Atena del tessere, a Zeus di governar numi e mortali. Laonde anche nelle faccende degli iddii si mise ordine, poiché vi si fu generato Eros, amore evidentemente di bellezza, che del brutto non è amore, laddove per l’innanzi, come da principio ho detto, molte e terribili cose, a quanto si narra, fra i numi avvenivano, quando regnava Ananke. Ma dappoiché questo iddio ebbe nascimento, dall’amore per le cose belle ogni bene provenne agli iddii e agli uomini. E così parmi, Fedro, che Eros essendo egli per primo bellissimo e ottimo, sia dipoi agli altri cagione di altri cosiffatti doni. E mi salta in mente di aggiunger qualcosa in versi dicendo che questi è colui il quale: pace tra gli uomini reca, nell’ampio mare bonaccia calma, riposo ai venti, nel duolo conforto reca. Questi d’ogni sentimento ci vuota che ci strania, d’ogni sentimento ci empie che ci affratella; tali e tanti convegni ha istituito per ravvicinarci, nelle solennità, nei cori, nei sacrifizi, facendosi nostra guida; di mitezza ispiratore, di rustichezza espulsore; prodico di benevolenza, avaro di malevolenza; propizio, buono, spettabile fra i sapienti, venerabile agli iddii; segno d’invidia per chi non lo possiede, cura gelosa di chi lo possiede; di volluttà, di mollezza di delicatezza, di grazie, di desio, di brama padre; curante dei buoni, non curante dei tristi; nei travagli, nei perigli, nelle brame, nei discorsi timoniere. Soldato, commilitone e salvatore ottimo; degli idii tutti e degli uomini ornamento, duce bellissimo ed eccellentissimo, cui conviene che ogni uomo segua, inneggiando il meglio che può e a quei canti unendosi che egli canta, molcendo degl’iddii e degli uomini tutti, il cuore”.

La poesia di Agatone è emozionante e merita il nostro plauso, ma adesso sentiamo Socrate.
Gli altri possiamo paragonarli a dei pianeti che ci rimandano una luce relativizzata dai loro punti di vista, mentre in Socrate è il Sole. Luce assoluta. Qui egli riporta le parole di Diotima, che fu sua Maestra, Maestra di Socrate…!
“E quando alcuno per aver rettamente amato, sollevandosi dalle cose di quaggiù, prenda a contemplare quella bellezza, allora può dirsi che abbia quasi toccato la meta. (Ricordi le parole di Plutarco?) Perché questo appunto è sulla via dell’amore, procedere o esser guidato dirittamente da un altro: muovendo dalle belle persone di quaggiù, e ascendere via via sempre più in alto, attratto dalla bellezza di lassù, quasi montando per una scala, da un corpo a due, e a tutti i bei corpi, e dai bei corpi alle belle istituzioni e dalle belle istituzioni alle belle scienze, per finire dalle scienze a quella scienza che non è scienza d’altro se non in quella bellezza appunto; e pervenuto al termine, conosca quel che bello è in sé. Questo, mio caro Socrate, se altro mai, diceva l’ospite di Mantinea, (ossia Diotima,), è il momento della vita degno per un essere umano d’esser vissuto, allorché egli può contemplare la bellezza in sé. Ed essa, ove mai tu la veda, non ti parrà comparabile né con oro né con vesti, né con bellezza umana, al cospetto della quale ora rimani sgomento, e sei pronto a star a guardarla per sempre, se fosse possibile e star senza mangiare e bere, ma soltanto contemplarla e starci insieme. E che sarebbe, se a qualcuno riuscisse di vedere il bello in sé, schietto, puro, sincero, non infarcito di carni umane e di colori e di tante altre vanità mortali, ma potesse scorgere la divina bellezza in se medesima, uniforme?
Credi tu che sia una vita da tenere a vile quella di chi possa guardare colà e contemplare con l’intelletto quella bellezza e starsi con essa? O non pensi, che quivi soltanto, a lui che vede la bellezza con quello per cui essa è visibile, verrà fatto di partorire, non immagini di virtù, perché non è in contatto con immagini, ma virtù vera, perché in contatto con il vero; e che, avendo generato e nutrito virtù vera, a lui solo è concesso di divenir caro agli dei, ed anche, se mai fu tale al mondo, immortale?”

Roberto Maverick Benedetti

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