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SOPHIA

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Sophia

Narrano i miti antichi che originariamente, all’alba del mondo e delle cose, quando nulla ancora esisteva nè era stato creato,fuori dal tempo e dallo spazio, di cui ancora non esisteva nozione, informi nella Mente Divina, l’ Uno, dormisse indeterminato e inconsapevole avvolto nelle proprie spire.

A un dato momento, di cui nulla è dato sapere, l’Uno dormiente si svegliò e formulò il Suo Primo Pensiero, dando vita così alla Protennoia.
Ella era femmina e bellissima, piena di amore e sapienza.
Appena l’Uno, la vide l’amò perdutamente.
Allo stesso modo Lei (che era il Due) appena vide l’Uno fu colpita da grandissimo amore (il Tre?). Vedersi e amarsi fu tutt’uno. Giacquero inesorabilmente Una nelle braccia dell’altro. Dalla loro passione amorosa, vennero generati successivamente ventiquattro figli, dodici coppie di gemelli, maschio e femmina, destinati ad unirsi anche loro in amorosa sizigia dando vita al Pleroma. L’emanazione divina destinata ad espandersi e a dare forma all’Universo. Il processo di emanazione creazione era stato avviato.
Nella dodicesima e ultima sizigia, coppia di gemelli divini, la gemella femmina aveva nome Sophia.
Sophia, la più piccola, l’ultima nata del divino Pleroma, pur amata dal suo gemello di Sizigia, non ne condivideva la passione amorosa. Non era contenta e si struggeva il cuore e la mente. Aveva intravisto ,nascendo la Luce pura accecante dell’Uno in cui tutto è compreso e riposa. Ne era rimasta così colpita che ora bruciava d’amore, ardeva dal desiderio di congiungersi all’Uno suo padre. Ma ciò non era possibile, avrebbe stravolto l’ordine cosmico. Inoltre, lei così piccola, era la più piccola di tutti i figli, cosa poteva pretendere?. Il contatto col Padre divino avrebbe potuto distruggerla.
Sophia nonostante ciò non riusciva a trovare pace da questa insensata passione e si trascinava, nella sfera dove risiedeva col suo gemello, pazza d’amore.
Un desiderio così grande, così forte, così irrefrenabile , la portò a tentare di avvicinarsi al Padre.
Uscì dalla sua sfera, cercando un qualunque contatto, ma come era prevedibile , l’energia paterna era così potente che la povera Sophia, fu scaraventata lontano, cadendo fuori dalle sfere, dal Pleroma, giù e giù, sempre più giù nell’Amenti (il regno della morte), così gli gnostici antichi definivano il mondo materiale, il buio lungi dalla luce della divinità.
Cadde, cadde e cadde ancora, Sophia, fino a che la sua caduta trovò un miracoloso appiglio a cui fermarsi.
Giacque dolorante e stordita in un nero pozzo senza luce, un abisso dove nulla ancora aveva forma.
Passò del tempo,non si può sapere quanto, ancora il giorno non era compagno della notte e i mondi, come oggi li conosciamo non erano stati creati.
Sophia giaceva ancora piangendo, il suo dolore, la solitudine , la paura, quando realizzò che la sua disgrazia non era finita. Si rese conto di portare in sè una creatura , figlia di Lei sola e del suo pazzo, innaturale , impossibile desiderio. Alla creatura quando nacque, la madre diede il nome di Jaldabaoth. Il destino di questo piccolo, era funestato,dalla colpa originale della sua nascita: un dio minore, pieno di rabbia e gelosia, che sarebbe diventato il Demiurgo, responsabile di questo universo materiale.
Intanto Sophia, partoriva nel pianto e nella disperazione, la sua mostruosa creatura.
Stremata dal dolore, dall’ansia e dalla paura la Madre ristette. Si addormentò sprofondando sempre di più in un vortice nero,di caos senza luce,precipitando nel profondo della Materia primordiale, cieca e sorda ormai alla vita e ai richiami dal suo mondo di Luce superiore.
Passarono le ere , i secoli, finalmente Sophia si risvegliò, dimentica di chi era, della sua vita nel Pleroma, della sizigia, delle sfere e persino del Uno luminoso e accecante.
Gli occhi divini appesantiti dalla materia si erano fatti pesanti e si erano abituati al buio. Sophia prese ad aggirarsi per il tenebroso Amenti ; Precipitando la sua anima divina si era come avvolta nella materia dove era caduta e si era adattata sviluppando percezioni , desideri ed emozioni dei mondi materiali.
Vagò così per secoli e secoli, sperimentando e imparando ogni bellezza ed ogni ignominia , si aggirò per le tenebre che ormai conosceva, dimentica di sè e della propria origine divina. Peregrinando conobbe tutte le vie e tutti i segreti più riposti, l’armonia e le leggi nascoste anche nel caos più profondo. Si allontanava e sempre più sperduta, aveva scordato anche un minimo ricordo di un guizzo, una fiamma , una sola, della Luce eterna divina superiore.

Jaldabaoth, nato senza il principio duale del maschile e del femminile, dalla sola madre, per una colpa di imperdonabile orgoglio, arroganza e spregio dell’ordine divino del Pleroma, partorito nelle tenebre, del caos e dell’Amenti, signore del mondo materiale, recava tuttavia in sè stesso un tenue, minimo, fugace ricordo, della Luce accecante che aveva vissuto la madre prima della caduta dal suo mondo perduto e luminoso.
Il piccolo dopo avere pianto tutto lo strazio dell’abbandono in quel mondo tenebroso, buio, triste e solitario, volle, in quel nulla caotico e disperato, creare per sè , dalla Materia primordiale, un luogo, un mondo, creature che fossero compagni di giochi e della sua solitudine, che alleviassero ,facendogli compagnia, la sua disperazione e la sua solitudine. Diede avvio così, col passare dei secoli e delle ere alla creazione del mondo come noi lo conosciamo.
Creò uno o più mondi, creò animali e piante e un mondo vivo, ma fragile, perituro, necessario di continui miglioramenti e di una attenta manutenzione: in una parola: mortale.
Il minimo, quasi inesistente, barlume del ricordo di un mondo luminoso mai visto, gli consentì però di recare nella sua creazione, tracce di quella bellezza e armonia superiore che non aveva neppure potuto intravedere. Questi mondi creati , per quanto, mortali,imperfetti , perituri e pieni di dolore , erano però anche divinamente belli.
L’idea di Bellezza era passata , nonostante tutto dal mondo superiore a questo mondo creato dal caos e dalla materia.

Intanto ,nell’ultima sfera del Pleroma, il Gemello abbandonato si struggeva d’amore e di nostalgia.
Conobbe tutte le sfumature dei diversi e contrapposti sentimenti per la compagna perduta: rabbia, solitudine, tristezza, a volte odio accecante, tenerezza e nostalgia.
Alla fine non potendo più sopportare il lungo dolore di secoli di attesa, inquietudine e straziante mancanza decise di scendere anche lui nel mondo inferiore, nell’Amenti per cercare la sua Anima, la sua perduta Sophia.
Solo armato del ricordo dell’Amata e della propria Luce, temerario, consapevolmente, scese nel buio abisso dei mondi sotto il Cielo.

Vagò anch’egli, per monti e valli e lande desolate, sotto l’infuriare degli elementi, provò tutte le sensazioni che dà attraversare la materia sempre più densa. Provò fatica, lacrime, a volte disperazione. Angoscia e paura. Le tenebre lo avvolgevano, ma lui procedeva, spinto dall’indomabile volontà e dall’amore,senza curarsi di nulla, aggrappato solo alla propria Luce, il viatico per la ricerca e la guida per la via del ritorno.
Passarono gli anni, i secoli, Lui procedeva instancabile, sempre più lontano, sempre più giù, guidato solo dalla sua Luce, ogni giorno più fioca.

Un giorno quando ormai, stanco e disperato, stava per arrendersi e rinunciare per sempre alla ricerca, attraversando una palude nera e putrida, le cui acque fetide erano infestate dalle più ignobili creature ebbe un sussulto.
Credette di vederla.
Dimenticò allora della stanchezza, della fatica, dello scoraggiamento, della debolezza del suo Spirito , che era cresciuta progressivamente in lui, a mano, a mano che cresceva la lontananza dal suo cielo e il ricordo della Luce stessa si faceva, di ora in ora più fievole. Animato da rinnovato coraggio e da una forza nuova, sentendosi ormai prossimo alla meta prese a cercarla con nuovo vigore.
Scandagliò canne e cespugli, erbe velenose, cercò tra i fiori che galleggiavano sull’acqua stagnante.
Cercò, sulla terra melmosa, tra le forre, tra gli alberi, Si tuffò lui stesso nelle acque limacciose tra i pesci e le creature che si nascondono tra il fango.
Finalmente ,quando ormai stremato, alla fine delle forze,la sua volontà indomabile stava per cedere la trovò.
Giaceva , tra il fango e gli escrementi, la dove terra e acqua si confondono e fermentano assieme, torbido luogo di marciume e disgregazione, ma fertile culla di nuova vita, che dalla morte e dal disfacimento si rinnova e rigenera.
Là dove la palude era più buia e melmosa, e neppure un raggio di Sole può penetrare, Sophia immersa nel lerciume , coperta di fango putrido, stillante liquidi di putrefazione, dimentica di tutto, giocava con il fango creando da esso nuove forme e nuove vite.
Un brivido di orrore percorse il corpo di lui, ma più forte dell’orrore furono la sua pietà e il suo amore.
Lei lo vide. Lo guardò sorpresa, stupita di tanta bellezza, pure in un luogo così sordido, ma non lo riconobbe.
Tanto era morto in lei ogni ricordo della sua Vita perduta.
Allora lui si fece forza e sollecito la prese per mano, la fece alzare, e la condusse con sè alla ricerca di una fonte di acqua pura. Quando la trovarono vi si tuffarono entrambi, lavando nella fonte sacra, ogni lerciume, ogni ferita e ogni traccia di bruttura e di sofferenza.
Quando furono mondi e liberi, ristettero sull’erba.
Lui, gentilmente le parlò. Narrò di sè, di loro e del Mondo Splendente, della Luce superiore, del mondo etereo e celeste, da cui venivano. Narrò di Lei, di loro, della loro sfera, dei misteri del Pleroma, la strinse a sè chiamandola Amata, sorella e sposa.
Allora Sophia sentì,come un nodo dentro di sè sciogliersi e calde lacrime inondarle il bel volto.
Le lacrime scendevano sul Suo bel corpo, purificando e lavando , sciogliendo e trasformando.
Con le lacrime Sophia sentì affiorare nuovamente la memoria. Ricordò, il cielo, ricordò la sua splendida casa, ricordò la sua sfera, ricordò la Luce del Pleroma. Nel suo corpo purificato, sentì col ricordo, rinascere l’amore. Con l’amore la voglia di tornare, di tornare a casa. Sulle sue spalle, scosse dai singhiozzi sentì un formicolio: stavano formandosi, (riformandosi?) un bellissimo paio di ali. Lui la prese tra le proprie, braccia, la baciò, la prese per mano e insieme volarono via.
Su verso il cielo!
A casa finalmente!

Cristina Tartaglino

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