Tifone e la crisi dell’ordine cosmico
TRA STORIA E MITO
MITOLOGIA GRECA
TIFONE
E LA CRISI DELL'ORDINE COSMICO
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Tifone



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Mitologia greca
Nozze di Cadmo e Armonia



Il racconto mitico della Teogonia esiodea si potrebbe paragonare ad un tiro alla fune tra le forze caotiche e quelle dell’ordine. Per quanto l’una possa prevalere in un primo momento, l’altra prima o poi tenterà di avere la sua rivincita. Non c’è mai una vittoria definitiva, solo una temporanea illusione di stabilità tra le due energie in perenne conflitto.

La storia del mondo della mitologia greca si delinea come una lunga sequenza di episodi in cui le manifestazioni del Caos primordiale tentano di minare i progressi verso il raggiungimento dell’armonia del cosmo, di cui Zeus si fa garante con la sconfitta dei Titani, imprigionati nelle viscere del nebbioso Tartaro.

Esiodo mostra così la supremazia della nuova generazione di dèi, gli Olimpi, più intelligenti, più astuti e “umani” dei più vecchi Titani, legati in misura maggiore al caos originario, di cui conservano le tracce nell’indole brutale e violenta.

La nascita di Tifone
Dopo un’estenuante guerra che fa tremare la terra fino alle sue profondità, i Titani vengono vinti e l’ordine cosmico ristabilito.
Almeno per un po’ di tempo.
Le ambizioni di armonia di Zeus dovranno attendere ancora, e questa volta la causa della presenza di un nuovo, terrificante nemico per il re dell’Olimpo è nientemeno che Gea. Nel preciso istante in cui il mondo ha ritrovato la pace dopo l’interminabile scontro tra Olimpi e Titani, Gea si unisce a Tartaro, l’universo oscuro e sotterraneo nascosto nella zona più nascosta della terra, e genera Tifone, il più orribile dei mostri.

I suoi occhi sputano fuoco, e dalle sue spalle emergono cento teste di serpente. Ma l’aspetto più inquietante che lo distingue è la capacità di modulare un infinito numero di voci e linguaggi: può passare senza sforzo dal linguaggio degli dèi, degli uomini o lanciare versi di animale. La sua capacità non conosce limiti, e può imitare il ruggito feroce di un leone o i dolci guaiti di un cagnolino.

La vera mostruosità di Tifone risiede proprio nello spaventoso contrasto della sua natura, che racchiude una mescolanza confusa di ogni cosa – elemento che lo avvicina simbolicamente proprio al caos, e rappresenta l’unione in un solo essere dei tratti più contraddittori.

Se una creatura così votata al caos avesse la meglio, l’obiettivo di un perfetto κóσμος (kòsmos, ordine) di Zeus si sgretolerebbe senza rimedio, riportando il mondo alla condizione di caos, rendendo vani i lunghi conflitti che gli dèi avevano combattuto proprio per contrastare il ritorno ad uno stato di disordine.

Detto questo, viene da farsi una semplice domanda: come mai proprio Gea, che aveva aiutato Zeus salvandolo dalla furia del padre Crono, avrebbe dovuto voler generare questo nuovo mostro con tutte le carte in regola per schiacciare il re dell’Olimpo?
Ricordiamo che Gea aveva avuto un ruolo importante anche nella lotta coi Titani, consigliando a Zeus di liberare Ciclopi ed Ecatonchiri per sconfiggere lo schieramento condotto da Crono. Non si capisce, quindi, come mai improvvisamente Gea sembri agire per danneggiare il suo illustre nipote, ed Esiodo non dà nessuna indicazione a riguardo.
Occorre azzardare delle ipotesi.

Gea: madre terra e terra nera
Una delle interpretazioni più seguite è quella di Jean-Pierre Vernant, che vede Gea nella sua natura duplice: è intesa come madre universale, genitrice di tutte le divinità celesti, e detentrice di ogni sapere, compreso quello oracolare che le fornisce il potere della preveggenza.
Ma contemporaneamente è anche la terra nera, brumosa, derivata dal caos, che non si riconosce nello splendore dell’etere in cui vivono le divinità olimpiche, da cui non si sente mai del tutto rispettata.

Non bisogna dimenticare, infatti, che “in principio fu Caos“. Subito dopo venne Gea, la Terra, vista sia come il contrario di Caos sia come parte di esso: nelle sue profondità sono rimaste le manifestazioni del Caos originario, identificate in Tartaro ed Erebo, e al di fuori di lei “non esiste niente altro nell’universo intero se non il caos”.

Con la nascita di Tifone, Gea non si riconosce più come terra madre, il rassicurante pavimento del mondo su cui si muovono con fiducia le creature terresti, bensì come entità sinistra capace di generare un essere ctonio. Col termine greco χθών (chthón), si intende la terra nella sua veste più cupa e notturna, dettaglio tanto più significativo proprio perché sappiamo che la parte più remota di Gea è la sede del Tartaro, luogo di caos. Tifone, infatti, racchiude in sé tutta la forza e la potenza spaventosa del Caos, possiede una prodigiosa agilità e non conosce riposo.

Diversamente dai miti orientali che lo rappresentano come una massa pesante e immobile, il Tifone del mito greco si sposta di continuo col solo fine di sconfiggere l’ordine divino.

Secondo altre teorie, se Gea genera Tifone per contrastare Zeus, significa che non c’è ancora equilibrio nel cosmo, né ci sarà finché le forze del caos non saranno del tutto controllate. Gea, quindi, dando vita ad un mostro che incarna le caratteristiche del Caos, darebbe modo a Zeus di inglobare le forze caotiche nell’ordine cosmico.

La Teogonia d’altra parte è anche la storia del mondo, del progresso verso l’armonia, e in questa luce Tifone rappresenta lo scorrere del tempo, l’evoluzione verso nuovi periodi della storia; è l’elemento che scuote l’immobilità di un mondo limitato dalla sola presenza dell’ordine, sempre uguale a sé stesso, privo di vita e possibilità di progredire.

La rivendicazione delle forze del Caos
Per Esiodo, quindi, lo scontro tra Zeus e Tifone è un passaggio cruciale per la cosmogonia, sebbene non particolarmente esteso. Il poeta parla di una battaglia spaventosa simile a quella contro i Titani: Zeus scatena gli elementi facendo tremare e incendiare la terra coi suoi fulmini, il mare si riversa sulla terra, le montagne crollano. La violenza dello scontro è tale che perfino Ade, dall’abisso degli inferi, prova timore insieme ai Titani, Crono per primo.

La lotta tra Zeus e Tifone è – come dice Vernant – ” la lotta del mostro dai cento occhi fiammeggianti” contro il fulminante sguardo divino. Sarà l’occhio dardeggiante di Zeus a prevalere sulle lingue di fuoco che Tifone emette dalle sue cento teste di serpente. E’ un esempio di come l’occhio fosse per i greci l’organo per eccellenza, di cui ci sono riferimenti a partire dai poemi omerici.

Un aneddoto riporta che durante lo scontro, Zeus una volta commise l’errore di addormentarsi, chiudendo gli occhi che invece sarebbero dovuti rimanere sempre in guardia. Tifone approfitta subito dell’insperato vantaggio e si avvicina per rubare le prodigiose saette di Zeus. Proprio quando sta per stringerle tra le mani, il re dell’Olimpo apre gli occhi, folgorando il suo mostruoso antagonista. Tifone, e tutto ciò che incarna, viene sconfitto dalla forza olimpica e ricacciato nel baratro oscuro del Tartaro da cui proviene.

Esiodo non dice altro sulla guerra contro Tifone, ma il suo mito verrà rimaneggiato a più riprese anche dai mitografi successivi, che si sono occupati in modo molto più esteso e ricco di dettagli di questo scontro leggendario, rendendolo anche molto più avvicente rispetto alla versione un po’ sbrigativa che aveva fornito Esiodo.

Una curiosa variante risale al II secolo d.C., nove secoli dopo la Teogonia esiodea, riportata dallo Pseudo-Apollodoro nella Biblioteca, un testo che , proprio come una biblioteca, raccoglie tutto ciò che si può sapere su un argomento. In questo caso, si tratta di una sorta di riassunto del sapere mitologico disponibile a quel tempo.

Per quanto riguarda il mito di Tifone, ciò che spicca da subito è una narrazione accattivante e intensa perché, diversamente da Esiodo, Tifone risulterà i un primo momento il vincitore della lotta. Lo Pseudo-Apollodoro descrive Tifone come un’enorme massa, così alta da sfiorare con la testa le vette del cielo e così estesa da toccare con una mano l’Oriente e con l’altra l’Occidente. Quando questa terribile creatura si muove alla conquista dell’Olimpo, gli dèi si trasformano in volatili e fuggono – molto poco gloriosamente – in Egitto.

Zeus rimane solo, eppure non rinuncia ad abbandonare l’Olimpo: si arma di un falcetto, l'άρπη (hàrpe), che probabilmente aveva usato Crono per evirare il padre Urano. Tuttavia Zeus ha ben poche speranze in un corpo a corpo con la mole di Tifone, che lo immobilizza e ne taglia i tendini per renderlo inerme. Incapace di muoversi, Zeus non può impedire una sorte che appare quanto mai desolante, quella di rimanere rinchiuso in una caverna, sorvegliato da Delfine, mostro metà donna e metà serpente.

A questo punto Apollodoro fa proprio un modello di pensiero di cui ci sono numerosissimi esempi nella Teogonia: quando non si riesce a sconfiggere il nemico con la forza, l’astuzia è l’elemento che ribalta la situazione. Si tratta della μпτις (métis), l’intelligenza pratica, che anche in questo caso inganna la brutalità distruttiva ma cieca degli elementi caotici.

Non è una casualità che la svolta della storia sia opera del dio Hermes, che dell’astuzia fa il suo tratto distintivo. Il dio dei ladri, accompagnato da Egipan (un altro nome per definire il dio silvestre Pan), libera Zeus e recupera i tendini recisi da Tifone. Per farlo, approfitta della complicità di Egipan che, grazie al suono melodioso del suo flauto, la σϋρινξ (syrinx), distrae Tifone dal furto. Il re degli dèi, si riappropria così dei suoi tendini e li rimette a posto con una facilità del tutto divina, per poi scagliarsi sull’ignaro Tifone, assopito dalla dolce melodia di Egipan.

La sua sconfitta è inevitabile, e resa definitiva dalle Moire, divinità che regolano il destino di uomini e dèi: con un abile inganno convincono Tifone a mangiare dei frutti che lo avrebbero reso invincibile. Tifone si fida, e il risultato è che si trova ben preso prosciugato delle sue forze, indebolito ed indifeso. Viene, quindi, fulminato da Zeus e imprigionato sotto un vulcano, l’Etna, che con le sue eruzioni è la testimonianza dei fulmini lanciati dal figlio di Crono.

Le Moire. La fortuna del mito
Un’altra variante è narrata tre secoli dopo nell’opera Le Dionisiache di Nonno di Panopoli, racconto che verte principalmente sulle avventure di Dioniso, sebbene nei primi due canti riporti in modo molto diffuso la vicenda di Tifone.

Le Dionisiache sono una vera miniera di informazioni sulla mitologia greca. Eppure sono state scritte nel V secolo d.C., a dodici secoli dal poeta Esiodo. Questo dà un’idea di quanto tempo abbia comportato la creazione di quella che noi definiamo “mitologia greca”: il mito si è evoluto, tanto che risulta impossibile limitarlo ad un’unica opera. Le vicende mitiche non accadono mai una volta per tutte, e sono soggette ad infinite integrazioni che le rendono sempre più complesse e interessanti.

Secondo Nonno, la nascita di Tifone sarebbe dovuta al malanimo nutrito da Gea che, indignata per la misera fine dei Titani, cerca l’unione con Tartaro per generare il suo nuovo, terribile discendente. Il resto della vicenda ricalca la versione dello Pseudo-Apollodoro, fatta eccezione per i due aiutanti di Zeus, che non sono più Hermes ed Egipan, bensì Eros e Cadmo, lo scaltro fondatore di Tebe e futuro sposo di Armonia, figlia di Ares e Afrodite.

Cadmo svolge la funzione che era stata di Egipan, e questa volta è lui a suonare la σϋρινξ che incanta Tifone. Durante l’esecuzione, Tifone si ricorda dell’abitudine di Zeus di allietarsi con la musica dei mortali e pensa, in quanto nuovo signore del cosmo, di non essere da meno proponendo a Cadmo di divenire il suo cantore non più dell’ordine cosmico, quando aedo del caos.

Tenta di persuadere Cadmo offrendogli qualunque cosa, e il mortale mette in piedi lo stratagemma suggeritogli da Zeus, chiedendogli nuove corde per la sua lira. L’ingegno del re degli dèi ancora una volta prevale sulla primitiva indole di Tifone, che corre a prendere i tendini di Zeus per sostituire le corde della lira, causando la sua stessa fine.

Il racconto di Nonno è denso di significato, a partire dall’inganno ai danni di un essere del caos con l’aiuto della musica, arte cosmica per eccellenza poichè è regolata da norme che mirano all’ordine armonioso dei suoni. Non a caso, Zeus promette a Cadmo di dargli in sposa la bellissima Armonia, colei che consacrerà il ritrovato ordine del mondo.

Nozze di Cadmo e Armonia
L’epilogo del racconto narra che Tifone abbia lasciato qualcosa di sé nel mondo, ovvero due catastrofi per gli uomini: una sul mare, ovvero gli uragani, le tempeste (i tifoni, appunto); e una sulla terra, i temporali che distruggono il lavoro dell’uomo.

Ma com’è possibile che il cosmo, giunto a perfezione, mostri ancora i segni del caos? La risposta è che l’armonia è stata raggiunta non per i mortali, ma solo per gli dèi, che vedono come trascurabili le “imperfezioni” che si sono riversate sul mondo terrestre, come il disordine e la morte.

Sotto un certo punto di vista, però, non è corretto considerarli difetti, poiché senza lo scorrere del tempo e una piccola dose di squilibrio non succederebbe più nulla. Il mondo rimarrebbe cristallizzato in un’armonia ideale ma statica, senza possibilità di accogliere il più piccolo mutamento.

Quindi, non è un fatto così negativo che sia rimasto un po’ di caos, di quell’imprevedibilità che permette di far scorrere il tempo in avanti e di far vivere agli uomini il progresso della Storia.

Chiara Rizzatti dal blog "Sulle spalle dei Giganti"


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