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Guerra del VietnamOttobre 1965.
Sono convinto che bombardare con il napalm i villaggi sia un atto immorale” - David Miller, un gesuita di 22 anni che partecipava ad una manifestazione anti Vietnam, avvicinò un fiammifero alla cartolina-precetto appena ricevuta e la bruciò
”Spero che questo gesto simbolico dia coraggio anche ad altri!"

Miller fu il primo americano ad essere processato in base ad una nuova legge che dichiarava reato federale bruciare le cartoline-precetto e prevedeva sino a cinque anni di reclusione e 10.000 dollari di multa.

Il Vietnam è stata la prima guerra televisiva.Tutti gli orrori di una guerra moderna erano diventati il film quotidiano che le famiglie americane guardavano, mentre madri con grembiulini immacolati, sfornavano calde torte.
Nei bar di lusso, come in quelli dei bassifondi l’arancione delle fiammate di napalm, il giallo del fango, il nero della carne carbonizzata ed il rosso del sangue facevano da scenografia al primo bicchiere serale di birra.

Ben presto le immagini della guerra furono affiancate da quelle delle proteste contro l'intervento americano. Nel marzo 1965, quando l’America decise di intervenire in Vietnam, 25.000 dimostranti protestarono a Whasington. Le proteste contro il ruolo che gli USA avevano assunto nel vietnam fino ad allora erano rimaste confinate nelle università.

A giugno quando iniziarono le operazioni Search & Destroy, in America iniziò la battaglia contro i pacifisti. Nel 1965 molti osservatori rilevarono che il 23% delle reclute uccise in combattimento erano neri. I figli dei bianchi ricchi, evitavano di andare sotto le armi iscrivendosi all’università, sposandosi, simulando di essere omosessuali o esibendo falsi certificati medici.

Alcuni prendevano droghe per alzare la pressione, altri si pungevano le braccia per simulare i segni degli aghi delle siringhe. I medici militari, stranamente quasi tutti bianchi, chiudevano volentieri un occhio.
“Salvo delle vite umane, tenendo quei ragazzi fuori dall’esercito” tentò di giustificarsi uno di loro. Finì che molti reazionari americani, con i loro figli al sicuro, iniziarono a considerare la guerra come un’efficace strumento per ripulire i ghetti neri e ridurne i fermenti delle rivolte iniziate anni prima contro la segregazione razziale.

Nel timore di non poter evitare l’arruolamento molti ragazzi, sia bianche sia neri, attraversavano la frontiera per lo più verso il Canada, il Messico e la Svezia.
L’incendio delle cartoline precetto, in ogni caso, restava però il metodo preferito dai dimostranti per fa capire la drammaticità e l’inutilità di questo intervento.

Quotidianamente la televisione trasmetteva un’altra guerra interna.
Gruppi di controdimostranti attaccavano i contestatori o tentavano, con gli estintori, di spegnere le cartoline in fiamme. A New York, durante una marcia, i pacifisti furono inondati di vernice rossa, mentre a Chicago e a Oakland venivano bersagliati con lanci di uova marce.

A Berkeley 12.000 dimostranti in marcia verso gli accantonamenti dell’esercito furono respinti dalla polizia con gas lacrimogeni.
Imitando la forma di suicidio per protesta, adottata a Saigon da alcuni monaci buddisti, il 2 novembre Norman Morrison si diede fuoco davanti al Pentagono, stessa cosa fece una settimana dopo, Roger Allen La Porte davanti al palazzo delle Nazioni Unite a New York.

Il culmine della protesta fu una dimostrazione tenutasi il 27 novembre a Washington, a cui parteciparono 30.000 persone.
I capi della dimostrazione tennero discorsi in cui condannavano il Vietnam, per non aver nemmeno tentato di trovare una soluzione pacifica ai problemi del paese, chiedendo di porre immediatamente fine all’invio delle truppe e di fermare i bombardamenti sul nord.
I manifestanti, mentre marciavano intorno alla Casa Bianca, esponevano striscioni con la richiesta di cessare il fuoco immediatamente.
“La guerra corrode la grande società” era il loro slogan.

Minimizzando la portata della manifestazione, il giorno dopo il presidente Johnson disse
”Il dissenso è un segno di vigore politico”.

Non era un segno di vigore politico, ma la dimostrazione di un paese profondamente lacerato.


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