LE LEGGI RAZZIALI IN ITALIA

SECONDA GUERRA MONDIALE

Leggi razziali in Italia

L’applicazione brutale delle “Leggi razziali“, emanate per ordine di Mussolini e firmate da Vittorio Emanuele III, sono un calvario per gli ebrei che non si ferma nemmeno dopo il “25 luglio”. Data in cui il Re firma i decreti di scioglimento delle organizzazioni fasciste, rifiutando però di abrogare le leggi per la difesa della razza.

Il loro contenuto fu annunciato il 18 settembre 1938 a Trieste da un palco posto davanti al Municipio in Piazza Unità d’Italia, in occasione della visita del duce alla città.

Per il regime fascista era ebreo chi era nato da:
  • genitori entrambi ebrei
  • un ebreo e da una straniera
  • una madre ebrea e paternità ignota
  • da chi, pur avendo un genitore ariano, professasse la religione ebraica
Agli ebrei era fatto divieto di:
  • contrarre matrimonio tra italiani ed ebrei
  • avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana
  • era proibita ogni carica nella pubblica amministrazione, nelle banche e nelle assicurazioni
  • avere alle proprie dipendenze ebrei
  • svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le professioni intellettuali
  • iscrizione alla scuola dei ragazzi ebrei che non si fossero convertiti al cattolicesimo
  • l’uso nelle scuole di testi alla cui redazione avesse partecipato un ebreo

Un ebreo straniero non poteva trasferirsi in Italia. Fu inoltre revocata la cittadinanza italiana concessa dopo il 1919 agli ebrei stranieri.

Per tutti fu disposta l’annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.

Le leggi razziali sono state abrogate con i regi decreti-legge n. 25 e 26 del 20 gennaio 1944.

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